Aspettarsi l'inaspettato


Il cuore della passione sportiva alla fine è aspettarsi l’inaspettato. E’ sapere in fondo al cuore che vincerai la partita che nessuno pensava potessi vincere. E’ temere nello stesso spazio di cuore che perderai la partita che nessuno pensava potessi perdere.

Tutti noi in fondo ci aspettiamo l’inaspettato anche quando diciamo il contrario e quando non lo confessiamo a nessuno.
L’Olimpia in finale è l’inaspettato di stagione. L’inaspettato seminato nei miracoli con il CSKA e l’Olympiakos. L’inaspettato coltivato in troppe partite a chiedersi se davvero non ci fossero altre vie per attaccare oltre al gioco del Falco e il tiro al Piccione.
L’inaspettato purtroppo corroborato da tanti dolori piccoli e grandi, quelli del fisico che fa crac e del cuore che deve fare i conti con l’inponderabile.

Abbiamo letto del culo di Bucchi come si parlò del famoso culo di Sacchi nei Mondiali del 1994. Napoleone voleva generali fortunati prima che bravi e quindi bravo Piero.

Bravo Piero abbiamo fatto fatica a dirlo durante la stagione. Sul piano tecnico soprattutto offensivo c’è sempre sembrato che l’Olimpia avesse uno spartito fin troppo semplicistico, quasi pigro. E qualche dubbio sulle letture delle partite non ce lo siamo mai tolto.
Ma oggi è impossibile non dire bravo a Piero Bucchi a prescindere dai dubbi di cui sopra.
Perché Bucchi e il suo staff, Bucchi e il suo gruppo arrivano in finale insieme, uniti, oltre gli infortuni, oltre i dubbi tecnici, tutti insieme. Un gruppo che per alcuni ha battuto prima Teramo e poi Biella solo per la profondità del suo roster. Ma la profondità va coltivata e gestita e questa è stata la bravura di Bucchi.

La bravura di riuscire a non perdere Thomas e ritrovarselo decisivo nei playoff, di smagrire Taylor, di credere in Hall, di non perdere pur non “comprendendolo” Vitali, di accogliere Marconato, la bravura innegabile di costruire un gruppo che arriva in finale anche per l’apporto apparentemente minuscolo ma innegabile dei comprimari come Katelynas e Beard.
C’erano altre squadre profonde come l’Olimpia ma nel momento decisivo la loro ricchezza è diventata zavorra, zavorra di gelosie, di invidie e di divisioni.
L’Olimpia forse non aveva e non ha un gran spartito ma l’ha suonato insieme ed è arrivata in finale.

L’Olimpia in finale è l’inaspettato che fa rosicare un manipolo di “grandi firme” del giornalismo cestistico italiano.
Gente che combatte strane battaglie allo specchio, che vorrebbe più spazio per il basket e poi per presunto amore per il basket tifa in maniera sconclusionata e astiosa per conclusioni di stagione con l’audience potenziale più ridicola.

Gente che combatte battaglie di retroguardia su partite che iniziano troppo tardi per ossequiare la televisione e danneggiano la copertura dei giornali e poi scrive articoli che non spiegano niente, non approfondiscono niente, infarciti di ammiccamenti, insinuazioni, gossip, pizzini e oscurità assortite in cui l’unica cosa che capisci è quanto sia bello andare a magnare e bere gratis nella grande provincia italiana.

L’Olimpia in finale ci mette ancora qui con il sorriso sul volto ad aspettarci l’inaspettato. Perché l’inaspettato quando meno te l’aspetti magari accade…

Forza Olimpia!

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