Il gioco del Falco - This is not America


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E si va ad iniziare. E si inizia bene grazie alla prova monstre del falco Hawkins che con 28 punti ottenuti con soli 2 errori del campo consente a Milano di espugnare Pesaro.
Grande fatica con percentuali deficitarie e amnesie difensive assortite dopo un buon primo quarto: dalle secche del secondo ci salvano anche 5 minuti 5 di Sangaré e Beard che segnano da soli il 60% dei punti della squadra.

Pesaro si suicida con la pochezza dei suoi registi che perdono palloni a raffica. Vitali si salva al river nella sfida con Thomas e Hall per la prestazione più censurabile facendo tutto bene e tutto giusto nel minuto decisivo. Il titolo va dunque al buon Jobey che non ha problemi fisici conosciuti (tipo mano di Vitali) e non è nemmeno un rimpiazzo di seconda fascia come il nostro Salone.

Il campionato italiano prende finalmente il via dopo i rinvii per le esclusioni di Napoli e Capo d’Orlando e la contemporanea e forse anche consequenziale crisi della FIP, commissariata e posta sotto la tutela di un Dino Meneghin che personalmente ci sembra piuttosto spaesato in un ruolo dirigenziale (ma ad onor del vero è lui il primo a dirsi in questa posizione per dovere più che per ambizione)

Egoisticamente per le sorti dell’Armani Jeans la settimana in più di preparazione è stata una mano santa, permettendo di lavorare per integrare i 3 nazionali Bulleri, Mordente e Vitali, tutti e tre nel ruolo chiave di creatore di gioco per i compagni. Lavoro ancora in corso guardando la partita di oggi che però ha mostrato in un gruppo ancora nuovo una già buona tenacia e combattività.

Per il movimento basket si tratta invece di un momento di grave disagio, forse gravissimo. Disagio grave ma che nessuno può ritenere inaspettato o inatteso: sullo specifico di Napoli e Capo d’Orlando, sulla “giustezza” delle pene è difficile pronunciarsi. C’è sempre il sospetto che come in tutti i giudizi all’italiana i censori di oggi sono gli stessi che chiudevano un occhio ieri e che magari cambieranno idea domani.

Ma di sicuro Napoli e Capo d’Orlando sono emblematiche di due mali della nostra pallacanestro di vertice, l’avventurismo e il cenerentolismo.
Iniziamo dal cenerentolismo.

Allora… Cantù ha senso di esistere in un campionato italiano di vertice? Come biechi tifosi di Milano potremmo dire di no ma non stiamo parlando da biechi tifosi.
Parlando da imprenditori di stampo USA che vogliano seguire i criteri NBA dovremmo storcere il naso verso una franchigia con altre 2 franchigie nel giro di 70 km e che rappresenta una città minuscola e quindi un mercato con margini di crescita ridotti e risibili.

Ma una analisi storica del nostro campionato ci dice che Cantù ci sta al vertice, lo dice la sua storia e i suoi risultati. Ci può anche stare che nella regione con il maggior numero di praticanti si abbia una concentrazione di squadre. E in un campionato che deve avere risonanza nazionale ci sta bene anche la cenerentola invitata al ballo, fa sempre audience la sfida fra il Davide della situazione e i Golia.
La domanda però è: quanti Davide ci possono ragionevolmente stare in campo, quante Cenerentole al ballo lo rendono più interessante e quale è invece la soglia che lo rende un ballo da parvenu?
Davide contro Golia è affascinante, Davide contro Davide 1 già meno, Davide 2 contro Davide 7 finisce per non valere nemmeno un trafiletto nelle brevi.

Raccontare la storia di Cenerentola è bellissimo. In America ogni marzo sperano di raccontarne una versione più bella di quelle già conosciute: sarà questo l’anno in cui a vincere il titolo NCAA sarà l’Università più minuscola e sottovalutata del lotto? Ma appunto non se la raccontano fra i professionisti, non se la raccontano dove c’è un business, dove c’è la necessità di programmi a lungo termine, di investimenti etc. etc.

A noi piace invece cantare e cantarci le favole di chi tre anni fa era in C e adesso gioca per il tricolore. E nessuno si chiede dove saranno queste belle novità e favole sportive fra 3 anni: ritornate in C che sarebbe ancora il meno. Oppure fallite, scomparse, bruciate come falene, magari anche senza colpa o colpi di testa, semplicemente per una ineluttabilità economica.

Perché c’è un problema nella storia delle cenerentole italiane. E si chiama campanile: a Messina tifavano Capo d’Orlando? A Cefalù? A Caltanissetta? La sentivano come rappresentativa di tutta la Sicilia cestistica? Io non sono del tutto sicuro che a Lomazzo o a Mariano Comense siano tutti tifosi di Cantù o che a Torino vedano Biella come la bandiera del Piemonte…

Se la cenerentola di turno non ha la possibilità di crescere a rappresentare un territorio e quindi un mercato più ampio, la sua sopravvivenza è a rischio già nel breve periodo. O si trova un Benetton e una Montepaschi in ogni provincia italiana oppure è difficile continuare in un’ottica che negli ultimi anni visto troppe one hit wonder affacciarsi alla massima serie.

Un campionato che vuole avere risonanza nazionale deve presidiare anche se non soprattutto le grandi città e i mercati più importanti. E la Napoli degli ultimi anni sembrava avere le carte in regola per alzare l’audience cestistica verso Sud.
Peccato che dietro i successi partenopei si nascondesse l’altro male del nostro basket, l’avventurismo. Di Maione oggi come era stato nel recente passato di Amadio a Pesaro o di Madrigali: incoscienti, cicale, delinquenti in malafede o appunto avventurieri che gestiscono tutto alla o la va o la spacca.

C’è un fatto emblematico nel recente passato della pallacanestro italiana: ricordate quando Myers e Recalcati vanno a Reggio Calabria a firmare contratti milionari con tale Mimmo Barbaro nuovo presidente della Viola? Si quello che 10 giorni dopo la sua comparsa fu fatto interdire e ricoverare dalla sua famiglia in quanto incapace di intendere e di volere…

Quello che mi sono sempre chiesto: Myers e Recalcati erano due fessi che credono al primo megalomane che incontrano senza avere il minimo sospetto? O è più probabile che fra un matto totale e la media degli imprenditori cestistici italiani non ci fossero poi quelle differenze macroscopiche che dovrebbero metterti sul chi va là? Che di primo impatto non ci fosse poi tanta differenza fra un Seragnoli e un Barbaro?

Il business NBA prospera a partire dalla consapevolezza di tutti i proprietari delle franchigie della necessità di un fronte comune che salvaguardi innanzitutto il campionato nella sua globalità: il salary cap serve anche ad evitare che un proprietario uccida la sua franchigia e quindi il campionato stesso con spese e scelte non sostenibili.

Da noi questo controllo non esiste. Maione può vincere la sua Coppa Italia e nessuno ha mai verificato davvero se spendesse soldi che non aveva ipotecando il futuro della società stessa.

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