Settebello ovvero non sei borghese, arrenditi…


Sette vittorie gustate, 4 in campionato e 3 in Eurolega, 4 in casa e 3 in trasferta.
Pistoia, Malaga, Bologna, Panathinaikos, Venezia, Olympiakos e Reggio Emilia sono le tappe del settebello in cui abbiamo rinunciato alla cronaca e rimediamo ora con qualche spunto complessivo.

Non sei borghese, arrenditi

La conferenza stampa di Banchi post Venezia ha dato spunti molto interessanti per leggere questa stagione e l'andamento di più di una partita.
Milano è una squadra che non è in grado di giocare un basket "borghese".
Definizione azzeccatissima: è una Olimpia di lotta e non di governo che esprime quindi un basket "migliore" in Eurolega rispetto al campionato.

Un basket "migliore" dove si è in tutto e per tutto degli outsider, una presenza nuova e non una elite istituzionalizzata. Un basket "peggiore" in campionato dove Milano per tutti "ha già vinto" e quindi non può viversi come quella che cambia lo status quo.
Le fatiche dell'Olimpia nel momento in cui dovrebbe veleggiare tranquilla sui propri vantaggi (pensiamo al secondo tempo con il Pana ma anche a quello con Reggio Emilia. O, tornando indietro, alla Coppa Italia o alla partita con Roma) sembrano appunto allergia al governo "borghese" della partita.

Consequenziale dire poi che abbiamo bisogno che tutto il roster elevi il proprio rendimento: barricate, sommosse e rivoluzioni hanno bisogno di molti più eroismi ed eroi rispetto alla gestione ordinaria.

Il brutto e il bello del tiro da tre

Le alte percentuali dai 6,75 ti possono ingannare, illudere e quindi farti rischiare.
Ad esempio contro il Panathinaikos: primo tempo in stato di trance balistica, secondo tempo faticando ad uscire dalla fiducia cieca nella soluzione "comoda" dalla distanza.

Ma senza il tiro da tre punti non vinci mai una partita come quella contro l'Olympiakos dove il metro arbitrale è totalmente sbilanciato. Se tiri tanto e la butti dentro anche dai nove metri come il divino Langford, "neutralizzi" la benevolenza arancione per la difesa a corridoio di schiaffi in tutte le altre situazioni.

Il nostro caro Angelo

Molto difficile dire se abbiamo sentito la mancanza di Angelo Gigli dopo il suo prestito a Reggio Emilia. Difficile visto l'utilizzo ridotto in maglia Olimpia che ci dava pochissimi parametri di confronto.

Nei momenti in cui ci vedevo soffrire contro centri "scolastici" (tipo Stimac o Magro o Shermadini) mi chiedevo se ci mancava proprio un po' di saggezza da pivot della vecchia Europa. Dopo aver visto il match con Reggio Emilia ho individuato una possibile risposta.

Gigli è un centro solidamente "borghese", direi splendidamente ortodosso nell'interpretare il canone del lungo di governo. Ma appunto l'Olimpia è barricadera nell'animo, si sposa meglio con l'anarchia giamaico-nigeriana che regala amnesie ma anche guizzi individuali decisivi soprattutto in attacco.
Avete presente il jump dai sei metri allo scadere di Lawal contro l'Oly? O la Samardunk di Samuels contro il Panathinaikos? Non sono giocate da Gigli come non sono giocate da Gigli certe follie di Lawal o certi ammosciamenti di Samuels.

Ma il carattere complessivo di questa Olimpia è più adatto ai nostri due mori rispetto all'affidabilità del nostro caro Angelo.

La tenuta di Melli

Prima della partita con Malaga concordavo con la pregiata mente cestistica di Pietro Scibetta sull'occulta centralità di Niccolò Melli per le sorti della stagione Olimpia.
Occulta centralità perché è difficile legare a un singolo aspetto la sua importanza.

Certo si può dire che è il miglior rimbalzista della squadra sia in Italia che in Europa ma non con eccellenze statistiche tali da essere esplicative.
Mi viene da utilizzare un termine vago: centrale è la tenuta di Melli. Centrale è per quanti minuti Melli "tiene" il campo, non necessariamente producendo highlights individuali evidenti.

Deve "tenere", soprattutto mentalmente, in rapporto ai nostri due centri che possono essere sia incisivi e decisivi quanto volatili e "tenere", soprattutto fisicamente, in rapporto ai suoi due sostituti che fanno fatica quasi sempre a pagare con l'esperienza il debito atletico.

Mentre Gentile ha il paracadute Moss e anche quello Cerella (e viceversa nel senso che i punti che non fa Moss li può fare Gentile) mentre Hackett lo copri con Jerrells, mentre Lawal e Samuels in qualche modo si compensano sempre e, addirittura, con Venezia, si è visto che nemmeno l'assenza di Langford impedisce di fare 90 punti, il nostro numero nove vola decisamente da solo. 
Perché è vero che Wallace può fare 8 preziosissimi punti contro l'Olympiakos o Kangur trovare una magia balistica pesantissima a Reggio ma in generale le loro prestazioni significative sembrano un po' dei doni dal cielo piuttosto che una assicurazione.

Don't mess with Texas

Non metterti contro questo Keith Langford in una fase di onnipotenza jordanesca con derive alla Petrovic nel mettersi a litigare con il pubblico avversario come a Reggio Emilia.
Ma non metterti nemmeno con l'altro figlio del Lone Star State Curtis Jerrells.

Per Keith difficile scegliere un highlight fra i tanti: vince di misura il tiro finale contro Malaga allo scadere con un fallo lapalissiano non fischiato.
Per Curtis vince a mani basse la penetrazione con arresto, spin move e baby hook mancino contro il Panathinaikos.

Sansone Balotelli

Non ci sbagliavamo a vedere un Balotelli effect intorno a Daniel Hackett: anche lui fa notizia perché si taglia i capelli come è successo a Pistoia.
Come Sansone dopo la tosatura ha perso i poteri e sta giocando male? Direi di no…

Sta quindi giocando bene? Direi di ni… Nel senso che non sta giocando sempre così bene da giustificare la reductio ad unum di tutte le analisi sulla crescita dell'Olimpia che "va bene perché c'è Hackett".
Ad esempio Banchi ha detto che il primo tempo con il Pana sono stati i migliori 20' della stagione: Hackett ne ha fatti 14' in panchina.
Poi ha sicuramente segnato in positivo le partite con Pistoia o con Venezia o con Bologna ma le 3 partite di Eurolega così come quella con Reggio Emilia sono state partite sulla soglia della sufficienza più o meno ampia o risicata, non dell'eccellenza.

Soprattutto non capisco il tentativo di far passare Hackett come il closer sempre e comunque. Ovvero che sia quello che a differenza di tutti gli altri fa solo cose giuste in situazioni clutch. Una sorta di Rommel insomma…
La mia impressione invece rimane quella che, al pari di altri suoi compagni, sia un Garibaldi, bravissimo a gettare il cuore oltre l'ostacolo ma tutt'altro che impeccabile in una analisi razionale di scelte ed esecuzioni.

Che non è una critica pregiudiziale, anzi: se Milano non è una squadra borghese non ha bisogno di un condottiero da accademia militare. 
Però lodare Hackett in quanto lucido playmaker è un po' come lodare Jennifer Lopez per le tette invece che per il culo: l'essenziale non è sempre invisibile agli occhi…
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