Bulleri le cante e le suona


AJ Milano vs. Snaidero Udine 91 - 84

Se nel derby delle due Torri proseguirà la crisi di risultati post Coppa Italia della Virtus Bologna, Milano si isserà al secondo posto in solitario.
Come tutte le scalate anche questa è stata assai faticosa, l'Olimpia soffre per più di tre quarti la coriacea Udine che già all'andata era riuscita a venire a capo della prova monstre che avevano confezionato Blair e Watson.

Quale era stata la chiave della vittoria arancione dell'andata? Beh, naturalmente il tiro da 3 e quando una scarica di 4 bombe consecutive dello specialista per eccellenza Mike Penberthy porta avanti Udine nel primo quarto la situazione sembra subito in salita.
In salita anche perché, siccome il Giovane Dio non comincia immediatamente a fare i bambini con i baffi, l'attacco biancorosso è la solita pena dantesca di titubanze e indecisioni.

E per uscire dalle secche di questa situazione, come al solito, bisogna affidarsi a qualcuno che faccia ammuina, tirando fuori dal cilindro quelle iniziative personali vincenti che finiscono poi a fare da volano al resto della squadra.
Si parte dalla consolidata solidità di Tigella Watson che fa il vuoto sotto canestro, fiaccando l'opposizione di Jaacks e dando energia e presenza in difesa, ma serve sicuramente di più per riprendere in mano la partita.

E il di più arriva da Bulleri che si erge a MVP di serata. L'ingresso in campo sembra ancora dominato dal nervosismo e da un ruolo da stopper frustrato dagli ultimi fuochi di Penberthy. Ma pian piano Bulleri trova prima la misura per togliere all'americano ex Napoli e Reggio Emilia tempi e spazi per la ricezione. Poi negli ultimi due quarti risfodera il meglio del suo repertorio in entrata, trovando con caparbietà punti e falli.
C'è qualche forzatura e qualche scelta opinabile, aspetti endemici del gioco di Bulleri, ma ci sono anche delle belle e tempestive aperture che beneficiano Calabria (finalmente chirurgico dai 6,25) e Sven Schultze.

Hanno cifre molto diverse fra di loro. E prestazioni non certo del tutto negative ma finisco per accomunare la prova di Garris, Green e Davison che per un motivo o per l'altro mi hanno fatto storcere il naso. Garris finisce sempre in crescendo ma sembra sempre molto, troppo nervoso quando il suo ruolo e il suo compito dovrebbe essere quello di lucido condottiero. Green fa la sua tipica partita in cui corre e corre e corre ma non arriva sempre puntuale. Davison dopo due settimane sembra ancora spaesato e contando che non si tratta di inserirsi nel playbook più raffinato della storia della pallacanestro, la cosa lascia perplessi. Non che non porti il suo contributo alla causa ma fa specie vedere come sia ancora alla prese con le continue indicazioni dei compagni sulla sua posizione in campo.

Danilo la da via: siccome ormai ci abbiamo preso gusto questa potrebbe essere vista come una partita in sordina per Danilo Gallinari. Poi, se vai a vedere bene, ci sono comunque 18 punti di valutazione complessiva.
Perché il talento è globale: guardatevi ad esempio la qualità dei suoi passaggi a Watson, il tempismo e l'esecuzione. E' forse l'unico dei nostri che recapita palla a Tigella nel momento in cui Watson ha la massima profondità in area e può far valere il suo gioco spalle a canestro senza troppi e rischiosi palleggi.

Jerome Allen: durante la partita non potevo fare a meno di chiedermi come mai Allen non sia mai approdato a Milano. Perché ha alcune delle caratteristiche tipiche del giocatore di Natali: è in Italia da secoli, comincia ad avere la sua bella età, ha già giocato per Gino nostro nel 2000 a Roma.
Forse non è ancora abbastanza bollito: ben due schiacciate per il play friulano giocatore sempre di classe cristallina, capace di giocate di difficoltà ennesima e vero e unico fulcro della manovra della Snaidero.
Che in effetti si ferma limitando il buon Jerome che, come dicevo, bollito non è ma comunque sembra aver perso qualche punto di brillantezza.

Ottima in complesso la partita della Snaidero. Che è un altra di quelle squadre che vivono e muoiono solo di tiro da tre: tolto quello, solo Allen sembra avere un talento a 360° per cambiare il menù in tavola.
Però la palla gira bene, la squadra sa cosa fare: emblematica l'azione in chiusura del primo tempo con la quale in 7 secondi passa dalla rimessa al canestro in rimorchio di Jaacks.

Perde perchè Penberthy brucia tutta la sua benzina nella fiammata iniziale e poi si conferma giocatore monotematico, monotematico e senza più il passo per prendere quel minimo vantaggio comunque necessario anche solo per sparare da ogni dove.
Perde perché Valters segna bombe impossibili ma sbaglia quelle più semplici e Williams non riesce ad entrare in partita con autorità.
Un piccolo appunto a Pancotto: forse Antonutti meritava qualche minuto in più.

Mistero mariano: che ci avrà Di Giuliomaria da essere sempre isterico tutte le volte che gioca a Milano?

Sulla nostra panca infortuni siedono ora Blair e Gigena con l'interinale Bennerman che strappa prolungamenti e presenze fugaci in campo. Serve qualche intervento più radicale e sensato per puntare veramente in alto? Probabilmente si ma sappiamo bene che Natali si muove quando i buoi sono scappati e li hanno pure già macellati: avendo fatto due vittorie in fila per ora va tutto bene...

Jam Session: meditavo al proposito. Sembriamo quelle band che si trovano a suonare epperò non riescono a trovarsi efficacemente con nessuno spartito preordinato. Manco Smoke on the water, per dirne uno universalmente noto e conosciuto.
Nella cacofonia generale capita però spesso che uno o due suonatori peschino un groove o un motivo melodico improvvisati che diventano il tema portante della serata e tutti più o meno si accodano e i risultati sono almeno sopportabili all'ascolto immediato.
Questa Olimpia Jazz finisce naturalmente per trovare maggiore ispirazione davanti al pubblico amico mentre fuori il fuoco musicale a volte latita e si stona anche di brutto: per fortuna che al secondo posto buona parte dei playoff si giocherebbero nelle armonie casalinghe.

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