La Milano che fatica


AJ Milano vs. Sharks Roseto

AJ Milano vs. Upea Capo D'Orlando 103 - 94

La Milano che fatica.
Cioé, fatica rispetto ai roboanti proclami ad opera soprattutto del nostro presidente e GM che da quel giorno che fu praticamente parlano di scudetto da vincere in carrozza tra cori angelici e lancio di fiori.
Per dire rispetto a Roma, l'altra presunta candidata sul velluto, il cammino di Milano è decisamente più saldo e meno scosceso e di certo non si può parlare di crisi.

Milano che fatica perché ha perso il derby con Cantù e questo non è mai bello e corroborante ma soprattutto perché ancora non ha fatto percepire di essere davvero complessivamente così più forte dell'anno scorso. I nostri sogni proibiti di una squadra che difendeva come l'anno scorso e segnasse un bel po' di più per ora sono sogni o percorsi in fieri.

L'Armani segna di più ma difende molto ma molto meno. E il segnare di più è figlio fino ad ora più delle fiammate dei singoli che del gioco corale.
Ci sono delle perplessità sui nuovi: Bulleri vero play? Galanda ancora competitivo? Shumpert a parte tirare è capace di lottare? Vukcevic si nasconde?

Insomma c'è tutto quello che fa bello e divertente tifare basket a Milano, come quando D'Antoni era vecchio, Meneghin rotto e Peterson non capiva niente perché faceva tirare i liberi invece di rinunciarvi o viceversa, insomma non capiva niente...

Mio MVP: Della doppietta casalinga ho visto solo la partita con Capo D'Orlando e di quella parliamo. Come MVP non possiamo non scegliere il nostro Don Diego De la Flex, un fattore decisivo nella giornata di assenza di Joseph Blair. La sua partita è stata un manifesto del lungo moderno, del lungo che sa giocare sotto canestro ma che è anche capace di rubare palloni a metà campo e andare a chiudere in palleggio coast to coast. E' l'ala forte titolare anche con un ginocchio convalescente.
In seconda battuta citiamo Vukcevic che torna a farci vedere la sua caratteristica perizia balistica.

Su Capo D'Orlando: la matricola siciliana si presenta al Lido accompagnata da numerosi e caldi supporters e gioca una partita solida che la vede tenere Milano sulla corda per tre quarti abbondanti in virtù anche di una giornata di grazia balistica.
Alla lunga metterla solo sul chi segna di più con Milano difficilmente paga ma l'Orlandina guidata dal peperino Perry è stata avversaria tignosa e coprotagonista di una partita alla fine divertente.

Da rivedere: è chiaro che questo non può essere il Galanda che serve a Milano, il Galanda che può fare una differenza. Questo Galanda è al massimo uno Schultze tattico che (forse) tira un po' meglio da tre ma nessuno può pensare di vincere lo scudetto con due Schulze (che pure nel cuor ci sta...)

Questione italiani: il mondo del basket è in subbuglio per le contrastate decisioni sulle quote minime e garantite di giocatori italiani in squadra. Innanzitutto come spesso succede in Italia il primo problema sono i cambi di decisione in corso d'opera, che rendono impossibile andare oltre alla navigazione a vista e rendono alla fine deleteria qualsiasi programmazione a medio e lungo termine.
Chi più di me mastica di economia potrà spiegarvi come il protezionismo inevitabilmente alza i prezzi della merce autoctona. Io posso darvi pillole su cui meditare ricordando che un Fajardo prende la metà di Galanda. O che un Perry prende forse un decimo di Bulleri.

A fine estate, in un bellissimo articolo su Pianeta Olimpia, Franz ricordava quella che è la magia di fondo dello sport: il premiare il talento e l'impegno a prescindere dal resto.
Giochi e vinci sul campo, non perché sei figlio di o amico di o amante di. Non ci sono molti altri settori del quotidiano vivere dove questo è così trasparente. Se questo è l'orizzonte è chiaro che sembrerà sempre una stortura pensare a qualcuno che, a parità o inferiorità di meriti, ha il posto garantito e lautamente solo in virtù di un passaporto.

Come ho già detto altre volte il problema vero dei giocatori italiani è stata la Legge 91 sul professionismo che ha creato una casta e una generazione di privilegiati lasciando dietro di sé il deserto. Oggi abbiamo giovani scarsi e non competitivi con gli stranieri perché per anni nessuno li ha più cercati, selezionati, allenati e formati. Perché non conveniva più, era un investimento a vuoto.
Chi ha avuto la fortuna di essere ancora ben allenato da bravi tecnici ai tempi del famigerato cartellino continua, guarda caso, a calcare il campo e a guadagnare laute pagnotte anche se l'età non è più verde.

Questo è un fatto che non si risolve semplicemente garantendo a risorse attualmente impreparate un posto di lavoro. Servirebbe un discorso di ben più ampio e articolato respiro.

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