E' la fine quella più importante?


In questa annata il mio personale effetto Armani è stato quello di ottenere una nobilitazione sociale di una ossessione che negli anni scorsi poteva essere ben percepita come una deviazione patologica. Oggi io, come molti altri di noi, sono diventato uno che ne sa di Armani Jeans Milano e non uno che ha strane passioni socialmente paragonabili alle corse degli scarabei o al collezionismo di protesi dentarie.

Quindi adesso capita che ti chiedano il perchè e il percome di questa passione, è argomento di conversazione e non uno dei tuoi luoghi oscuri.
Il fatto è però che il tifo alla fine non si spiega come alla fine non si spiega l'amore. O meglio puoi descriverlo in mille modi e con mille metafore ma in verità intender non lo può chi non lo prova in prima persona. Poi nel momento in cui lo trovi e lo provi, ecco che solo allora ogni descrizione ti sembra perfettamente chiara e aderente alla realtà.

Se mi chiedete davvero di razionalizzare, io posso dirvi che nel corso degli anni l'Olimpia è diventata il mio palazzo della memoria e custodisce e amplifica i miei ricordi, anche quelli che non passano da una retina. Sembra basket ma molto spesso è mnemotecnica.
Quando penso e scrivo di Jerry McCullough o di Diego Fajardo o di Dante Calabria o di Sasha Djordjevic o di tutte queste partite a volte penso e scrivo di altre cose, penso e scrivo per ricordarmi anche di altre persone e di altri eventi.
Un giorno quando sarò vecchio e rincoglionito incontrerò qualcuno, sorriderò e biascicherò di qualche lontana partita o di qualche oscuro giocatore - chi lo sa... anche Jeremic, Sahlstrom magari o Salahuddin - sorrideranno quelli che incontro, per compassione, pensando che ormai non riconosco più nessuno. E invece no, se sarete voi ricordatevi cosa ho scritto.

Mi rendo conto che in questa annata ho parlato spesso e volentieri più dei fattacci miei che dell'Olimpia. Ma per l'effetto Armani adesso dell'Olimpia parlano talmente in tanti che ormai è meglio parlare solo quando si può dire davvero qualcosa.
E non so se sia molto intelligente o utile o efficace pensare che ci sia un filo che lega la tua vita privata e le vicende di alcuni lungagnoni in mutande. Ma alla fine non è meno strano che credere all'oroscopo o ai bioritmi: mi è più facile pensare in stagioni che in anni e come quella dell'Olimpia la mia stagione 2004-2005 è stata inaspettatamente ricca.
Ricca di incontri, carica di emozioni, di sogni, di disillusioni, di gioie grandi e di qualche dolore grande ma non importante. Ecco, segnatevi questa se volete capirci a noi tifosi, viviamo gioie grandi e dolori grandi, grandi ma non importanti.

E' passato un sacco di tempo ormai dalla fine della stagione e il sottoscritto non ho ancora scritto niente al proposito. Quando Ruben Douglas ha pescato il jolly che ha consegnato lo scudetto alla squadra che comunque più era attrezzata per aggiudicarselo, il mio problema forse non è stato solo quello di trovare le parole per chiudere degnamente la stagione dei lungagnoni che tanto amo ma anche fare un bilancio di altre cose.
Il problema è che il bilancio di altre cose non l'avevo ancora capito e quindi in virtù della devianza di cui sopra anche il bilancio dei lungagnoni è rimasto fermo.

Non è che ora come ora certe cose siano completamente chiare ma se devo davvero unire lungagnoni e vita privata oggi vi dico che questa stagione vorrei riviverla mille e mille volte, la mia stagione della marmotta, mi va bene cosi uguale perché è stata talmente ricca che non si può ridurla al solo finale.
In questa annata ad un certo punto l'Olimpia mi ha preso per mano e mi ha detto vieni, che andiamo in finale. Con il tempismo di un amico di quelli veri mi ha regalato la distrazione di emozioni grandi anche se non importanti quando più ne avevo bisogno. E anche per queste cose ci si innamora.

Non ho ancora molta voglia di parlare della prossima annata, non ho voglia di parlare di magnifiche sorti e progressive che invitabilmente ci starebbero aspettando.
Anzi detto fra noi la prossima annata mi spaventa, mi spaventa il carico di attese che continua a montare, i nomi e le cifre che ci si affanna a sparare sempre più grosse, mi spaventa il fatto di partire credendo già di sapere perfettamente dove e come si arriverà perché abbiamo il portafoglio pieno.
Ma avremo lo stesso cuore e lo stessa voglia dei ragazzi meravigliosi che erano la squadra di quest'anno? O saremo una vuota collezione di status symbol? O saremo fottuti dal dover pensare di dover avere?

Ciao Sasha: vai via così Sasha, vai così, perfetto, senza cedere all'impressione sbagliata che qualcosa ti manchi, che hai lasciato qualcosa di non finito. Vai così e non tornare, che il nostro amore e la tua grandezza non hanno bisogno nemmeno di uno scudetto in più.
Lasciaci la lezione che a volte nemmeno ai più grandi è concesso di ottenere sempre e comunque tutto quello che vogliono, che puoi andare sconfitto ma non per questo meno amato.
Ciao Sasha.

Comments