Squadre e solisti


Squadra: Il mio amico Giorgio parlava con Claudio Coldebella la sera del Trofeo Berlusconi, sera in cui l'Armani Jeans veniva presentata a S. Siro e in cui l'Italia giocava la finale olimpia contro l'Argentina. Per Claudio comunque fosse finita sarebbe stata una grande lezione, una grande lezione sul significato di squadra, sul valore della squadra.

Tra tutti gli sport di squadra il basket è forse quello dove più facilmente ci si concentra sul valore e sull'apporto del singolo: più del calcio, più del volley, del rugby, più di tutto. D'altronde le frazioni ci insegnano che 1/5 è maggiore di 1/6, 1/11, 1/15... Il coast to coast è pane quotidiano del basket, il giocatore che fa tutto da solo dalla difesa all'attacco. Pensate nel nostro passato a giocatori come Djordjevic, Iuzzolino, Bullock o Naumoski...
E' facile nel basket pensare che il valore di una squadra non si discosti molto dalla pura sommatoria delle singole parti. In fondo è il discorso alla base del Dream Team, nel momento in cui metto in campo i migliori singoli del mondo c'è veramente bisogno di studiare come farli giocare insieme?

L'Italia di Atene e di Stoccolma prima è davvero l'antitesi del Dream Team, una squadra dove i confronti individuali con tutte le squadre incontrate sembravano perdenti se non addirittura improponibili. Ma la somma si è rivelata più alta di ogni previsione, una somma data non solo dalle cifre tecniche ma, come cantava De Gregori anche dal coraggio, dall'altruismo, dalla fantasia: non scorderò mai il puro terrore negli occhi dei lituani quando si decideva la semifinale o prima delle olimpiadi l'incapacità totale degli USA di giocare con umiltà e intelligenza contro di noi.

Che poi alla fine abbia vinto l'Argentina è secondo me un punto d'onore per il basket, un gioco dove c'è spazio per i miracoli ma dove il migliore alla distanza emerge. L'Argentina gioca meglio dell'Italia, è un gruppo passato dalla beffa di una finale mondiale scippata, è una squadra con anche grandi individualità, capace di giocare un basket non monocorde: in finale ha dominato la partita senza praticamente mai segnare da tre, un segnale di forza assoluta in un basket dove la linea da 6,25 è capace di stravolgere i valori in campo.

E infatti l'Italia senza il tiro da 3 non sarebbe dove è arrivata...Ma giustamente in battaglia si va con le armi che si hanno a disposizione, senza fossilizzarsi a inseguire ideali teorici di gioco e di stile.
Bravi tutti ma bravo soprattutto Charlie Recalcati, attualmente il miglior allenatore italiano.

Solisti: L'anno prossimo non ci sarà in campo l'Onorevole Petar Naumoski che ha deciso di dedicarsi full time alla politica. Il mio amico Massimo mi ha detto: "Ma vah, ritiro... vedrai che a Natale sarà ancora in campo". Probabile. La politica costa anche in Macedonia e quando si è un fine dicitore di ogni variante del pick'n'roll il mercato è sempre interessato...

Nessuno invece potrà ridarci Alphonso Ford. Dopo 7 anni di battaglia la tremenda marcatura della leucemia l'ha portato via al basket e alla sua famiglia.
Nonostante la malattia che avanzava Ford negli ultimi anni è stato una delle guardie più micidiali di Europa, un attaccante inarrestabile. Nei due anni italiani le sue partite a Milano sono state incredibili con momenti in cui era chiaramente "in the zone", irragiungibile. Mi ricordo soprattutto la partita con Siena, con la difesa di Coldebella che cresceva ad ogni azione e ad ogni azione Ford era comunque oltre con il suo gioco bellissimo, sempre aggressivo verso il canestro, dove il tiro da tre era solo la ciliegina sulla torta per un giocatore che pure sfiorava appena il metro e novanta.
Alphonso Ford era uno di quei giocatori spesso etichettati come "veneziani", che tirano tanto e tanto viene spesso utilizzato per dire troppo. Oggi mi chiedevo se anche Ford interrogava il destino e il futuro tirando. Sapete come quando finisce l'allenamento e rimani li a tirare i tiri più strani "... e se entra questo stasera si scopa!!!"
Chissà se Alphonso pensava mai "Se entra questo, allora guarirò". No, forse no: sarebbe davvero un destino cinico e baro quello che ti risponde così. Perché Ford tirava tanto ma sbagliava poco o niente e allora dovrebbe essere qui a preparare la nuova stagione e invece...
No. Penso che sul campo per lui ci fosse solo "the love of the game" e il destino non si legge nè in una sfera di cristallo nè in un pallone da basket.

Creso Cosic, un altro grande venuto a mancare troppo presto, diceva che il basket è un gran piacere per i campioni e una gran fatica per tutti gli altri. Penso che sul campo da basket nel cuore di Fonzie Ford ci sia stato sempre solo piacere e gioia e sorriso. E nella gioia del suo sport ci piacerà ricordarlo.

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