La perduta virtù


Arrivano i calendari della stagione 2003 - 2004 e torna a pieno regime anche il vostro affezionato. In questo calendario la notizia la fa una assenza, quella della Virtus Bologna: assenza nata a luglio e confermata a fine agosto nonostante un tentativo rocambolesco di salvataggio effettuato dal patron del Futurshow Sabatini.
Una assenza dolorosa e che impoverisce tutti noi: mai stato capace di gioire per le sventure extrasportive di avversari storici, sempre preferito vincere sul campo e basta.

Qualche pensiero sulla vicenda: una giusta esclusione? I peccati della Virtus di Madrigali erano grossi, il patron bolognese ha compiuto una impresa tragicamente titanica passando in una manciata di mesi dal vincere tutto al pressoché certo fallimento. I guai della Virtus vanno parallelamente al zoppicare della azienda di Madrigali, la CTO, ormai declinante dal ruolo di leader del mercato videoludico.
Ma la "giustezza" di questa esclusione si vedrà solo a posteriori, sarà veramente giusta se inaugurerà effettivamente un nuovo corso di maggiore rettiditudine ed onestà nella gestione della cosa basket.

Perché tutti sappiamo che la Virtus di Madrigali non è comunque l'unico reprobo in un mondo impeccabile, è casomai il nero più scuro in un panorama comunque grigiastro. Il calcio immolata un anno fa la Fiorentina non ha certo continuato sulla stessa strada di fermezza anzi; ha piuttosto inaugurato una nuova epoca all'insegna dell'accomodamento comunque fraudolento.
I primi sentori vedono il basket sulla stessa strada: si esclude la Virtus "storica"; ma allo stesso tempo si consente ad una Virtus 1934 di apparire magicamente in B1 con l'unica garanzia data dall'essere figlia di Paolo Francia, gran mogol RAI dei diritti sportivi.

Altro pensiero: al posto della gloriosa Bologna la debuttante Messina, finalista dell'A2 sconfitta da Teramo: a prescindere dal fatto che la "retrocessione" di Bologna sia extrasportiva ci ha perso o guadagnato il movimento basket nel suo complesso? La risposta è complessa e molto differente a seconda della prospettiva.
Sarebbe meglio ci fossero sempre e comunque i più grandi, i più gloriosi e i più famosi o l'entusiasmo della scalata (con il conseguente rischio della caduta) è comunque il sale di un campionato?
Meglio un campionato diviso per "categorie di peso" dove il peso è dato anche se non soprattutto da una serie di parametri fondamentalmente economici e logistici o meglio un campionato dove Davide può sempre arrivare a sfidare Golia?

O uno o l'altro, dico io. Il problema di fondo attuale del nostro movimento è, a mio modesto parere, il tentativo di ibridare il modello sportivo all'europea, basato sul merito sportivo con il suo meccanismo di promozioni e retrocessioni con il sistema americano basato sul concetto di lega sportiva come consorzio unitario di aziende prima che squadre che ragionano in ottica di business.
Da una parte la squadra come espressione spontanea del territorio, del campanile, del tessuto sociale o del mecenate locale; dall'altra la squadra come offerta particolare su un mercato particolare nell'ambito di una strategia globale decisa collegialmente.
Da una parte proprietari che sono in spirito feudatari o comandanti di ventura in perenne lotta e competizione fra di loro, dall'altra proprietari che sono principalmente partners in un affare che è l'intero complesso della lega sportiva prima ancora che la propria singola squadra.

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