Passi da gigante - La mia vita vista dall'alto



"La vittoria è un sentimento dirompente. La vittoria è di colore rosso"
(Dino Meneghin, pag. 168)

"Dino-Dino-Cicciolino!" 
(coro dei tifosi greci dell'Aris)

L'autobiografia del Most Dominant and Winning Ever italiano potrebbe sembrare arrivata quasi fuori tempo massimo. 
Sono passati 17 anni dall'ultima partita di Dino Meneghin con la maglia della Recoaro nel 1994 e già 8 dalla sua introduzione nella Hall of Fame di Springfield.
Ha già smesso di giocare anche suo figlio Andrea, che ha chiuso prematuramente per i suoi problemi fisici ma che, classe 1974, probabilmente ad oggi avrebbe già smesso in ogni caso.

Sono quindi ormai in tanti quelli che possono dire di non aver mai visto in azione il gigante di Alano del Piave.
Ai quali risulta forse difficile spiegare quale "presenza" fosse in campo. 
Dove presenza serve appunto a dire la capacità di dominare il gioco al di là della tecnica o delle cifre che pure lo portarono ad essere il primo cestista di scuola europea che entrò nel mirino dell'NBA.

E' un libro in cui c'è poco basket in senso tecnico. 
Per "imparare il mestiere" da Dino Meneghin bisogna andare a cercare nell'usato Il Pivot scritto insieme a Dan Peterson a metà degli anni 80 e gemello del Playmaker scritto sempre dal Coach insieme a Mike D'Antoni.
E' invece un libro con tanto basket "vissuto", nell'arco ormai di oltre 40 anni dal campo (e all'inizio erano campi all'aperto...) al ruolo (accettato molto obtorto collo...) di guida della FIP.

C'è la goliardia sfrenata degli anni varesini del ragazzo Dino, c'è il professionismo milanese dell'uomo Meneghin. C'è l'amore per la Nazionale e il pudore che permea il racconto del rapporto con il figlio Andrea.

C'è anche un errore abbastanza grosso a pagina 181 quando viene ricordata la famosa squalifica dopo gara 2 della finale 1984 con Bologna. Non avevamo vinto la prima gara come detto nel libro, eravamo stati sorpresi in casa dalla Virtus che in gara 2 appunto giocava già per lo scudetto della stella.

Vincemmo gara 2 con una prestazione magistrale di Franco Boselli nonostante appunto l'espulsione di Dino che nega gli sputi a Vitolo e Duranti che gli furono attribuiti come motivazione per la squalifica.
Quella Virtus meritò il titolo soprattutto per aver disinnescato al meglio la 1-3-1 ma quella espulsione prima e la squalifica poi, anche a distanza di anni, sembrano messaggi ben chiari su quali fossero i desiderata del sistema.

Per chi ama i retroscena c'è la storia (completa? parziale?) della famosa monetina pesarese e la prova provata che l'ultimo scudetto milanese fu vinto "contro" Bepi Stefanel e non "per" lui (immagino il dolore del suo poeta di corte Chiabotti...). 
Ci sono le impressioni sui grandi avversari, da Korac fino all'incredibile Sabonis. L'amicizia con l'arcirivale Kenney e l'odio per Aza Petrovic, tutti i suoi maestri da Messina (Nico) a Peterson passando per Nikolic e Gamba.

Il titolo del libro è lo stesso dell'autobiografia di Kareem Abdul Jabbar che, da grande appassionato di jazz, lo mutuò dall'omonimo capolavoro di John Coltrane: nel libro purtroppo non troverete spiegato se si tratta di un omaggio voluto o casuale.
In ogni caso un libro forse non del tutto illuminante per i più giovani ma sicuramente gustosissimo per tutti coloro che hanno avuto la fortuna di vedere in campo il Monumento del basket italiano.

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